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L’aveva sempre definita «icona»
La svolta nel libro in uscita.

Maria Teresa Martinengo
torino
Farà discutere, solleverà interrogativi. Gli studiosi della Sindone, ma anche e forse ancor di più, i fedeli-fan del Telo conservato in Duomo, si domanderanno che cosa sia cambiato. Che cosa abbia convinto il Papa a definire «reliquia» il lenzuolo che da sempre, con prudenza, il Vaticano ha nominato altrimenti.

Alla pagina 254 di «Gesù di Nazareth», in uscita oggi in Italia, secondo volume dell’opera che il Pontefice-teologo ha dedicato alla figura di Cristo (in particolare ai giorni della Passione) è scritto: «Inoltre è importante la notizia secondo cui Giuseppe comprò un lenzuolo in cui avvolse il defunto. Mentre i sinottici parlano semplicemente di un lenzuolo al singolare, Giovanni usa il plurale “teli” di lino (cfr 19,40) secondo l’usanza giudaica nelle sepolture – il racconto della risurrezione ritorna su questo ancora più dettagliatamente. 

La questione circa la concordanza con la Sindone di Torino non deve qui occuparci; in ogni caso, l’aspetto di tale reliquia è in linea di massima conciliabile con ambedue i rapporti». Improbabile che Ratzinger abbia commesso una svista scrivendo di un «simbolo» all’attenzione del mondo, come dimostrano i milioni di pellegrini richiamati dalle ultime ostensioni.

Che cosa abbia voluto intendere Ratzinger sarà chiarito da oggi in avanti. Certo è che nella visita del 2 maggio scorso a Torino, il Papa non aveva usato la parola «reliquia», evitando di entrare nella disputa sulla datazione del lenzuolo. Aveva parlato di «icona del Sabato Santo», «icona scritta col sangue». La differenza – che molto spesso si è persa nella lingua corrente – difficilmente può essere sfuggita al grande teologo. L’«icona», secondo il dizionario, è una «effigie sacra dipinta», un «segno che riproduce una o più caratteristiche della realtà che denota». La «reliquia» è «quanto resta di una persona o di una cosa».

La Chiesa, negli ultimi decenni, ha investito gli scienziati del compito di studiare la Sindone. Gli esiti sono stati incerti, contraddittori. La datazione medievale – che aveva riportato la devozione nel puro ambito della fede -, in anni recenti è stata confutata con argomenti concreti. Di nuove indagini si è parlato, ma di nuovi esiti non si è avuto notizia.

Il 2 maggio, di fronte al Sacro Lino, nell’oscurità del Duomo, il Papa aveva confessato di essere diventato, con il passare degli anni, più sensibile al «messaggio di questa straordinaria icona», simbolo del Sabato Santo, del «nascondimento di Dio», ma anche prefigurazione della sua resurrezione. «Icona», dunque. A Torino, senza entrare nella disputa sulla datazione del lenzuolo donato dai Savoia, Benedetto XVI aveva definito la Sindone «un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio». 

Però, se «l’immagine impressa è quella di un morto, il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, versata dalla ferita procurata da un colpo di lancia», aveva puntualizzato soffermandosi sul tema dell’ostensione: «Passio Christi, passio hominis».

Il titolo dell’ostensione l’aveva scelto il cardinale Severino Poletto. L’arcivescovo alla vigilia dell’apertura aveva detto: «Davanti alla Sindone mi sono sempre sentito al cospetto di un amore infinito per me e per tutti gli uomini, e stimolato a corrispondere a questo amore. Io non posso affermare che sia autentica, ma il mio cuore mi dice che lo è. Ciascuno dentro di sé è libero di crederlo».